Un titolare di un’impresa edile ci ha chiamato in tarda serata. Il suo capocantiere Mario con cui lavora da trent’anni insieme, l’uomo con cui aveva costruito l’azienda, stava bevendo continuamente e lui non sapeva proprio cosa fare. Licenziarlo? Un problema per entrambi. Ignorarlo? Troppo rischioso: per lui, per il team, per il cantiere.
La storia è documentata in un nostro post LinkedIn e finisce bene perché qualcuno ha deciso di intervenire e attivare un percorso.
In ogni azienda, grande o piccola, manifattura o servizi ci sono collaboratori che convivono con una dipendenza non trattata. Alcol, gioco, sostanze, comportamenti compulsivi. Non è un’eccezione: è una condizione diffusa, trasversale a settori e livelli gerarchici. Il punto non è se esiste nella tua realtà. Il punto è che quasi certamente nessuno te l’ha detto.
Chi lo sa, e perché non lo dice
La dipendenza non emerge nei colloqui annuali. Non rientra nei normali flussi di segnalazione. Chi ne soffre è spesso un collaboratore che funziona , fino a quando non funziona più.
Nel frattempo, c’è sempre qualcuno che lo sa già. Lo sa il collega che copre i turni, lo sa chi ha sentito una scusa che non tornava, chi ha visto il calo di chi era sempre stato il più affidabile, quella conoscenza però rimane informale, non dichiarata.
Coprire sembra un atto di solidarietà e segnalare sembra un tradimento.
Il risultato è che il problema non si vede dall’alto , ma cresce.
Chi convive con una dipendenza, nella grande maggioranza dei casi, non la nomina. Non per malafede: perché la domanda implicita che si pone è razionale e concreta , “Se lo dico, cosa rischio?” , e in assenza di un contesto sicuro, la risposta è sempre lo stesso: il silenzio.
I segnali arrivano prima del test positivo. Settimane prima. A volte mesi.
Non sono segnali clinici. Sono segnali operativi, quelli che chi gestisce le persone ogni giorno riconosce , anche senza saperli nominare.
- Assenze concentrate soprattutto il lunedì o dopo i weekend festivi
- Cali di performance improvvisi in chi aveva sempre reso bene
- Errori insoliti, inspiegabili per qualcuno di esperienza come Mario il capocantiere
- Tensioni nel team che nessuno espone ad alta voce
- Un ritiro progressivo: meno pause condivise, meno presenza reale
- Qualcuno che inizia a coprire, a giustificare, senza che venga chiesto
In una piccola impresa questi meccanismi diventano visibili a tutti , e proprio per questo sono più difficili da gestire. In una struttura più grande rischiano invece di disperdersi tra le procedure, invisibili fino all’emergenza.
Il rischio successivo che nessuno calcola: la sicurezza sul lavoro
C’è una conseguenza della dipendenza non trattata che nelle aziende viene raramente messa a fuoco in modo esplicito: il rischio di infortuni.
Un collaboratore con dipendenza da alcol o sostanze, potrebbe avere cali di attenzione, ridotta lucidità, tempi di reazione alterati, diventa una variabile di rischio concreta, che incide sulla sicurezza sua e di tutto il team.
Avere un protocollo chiaro , che preveda come riconoscere i segnali, a chi segnalarli e come attivare una presa in carico professionale e riservata , è un protezione verso tutte le persone che lavorano insieme nell’azienda.
Se vuoi capire se la tua azienda è attrezzata per gestire un caso del genere, puoi partire da un confronto riservato con il team di StandUpWay.
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Perché chi gestisce le persone spesso non interviene
Le domande che bloccano l’intervento sono legittime, e chi le ha non è in torto.
Ho l’obbligo di intervenire? Come parlo con lui senza che sembri un’accusa? Se lo segnalo al medico competente, cosa succede dopo? Rischio di perdere un collaboratore valido? E se lui nega tutto?
In assenza di un protocollo e di un interlocutore professionale già pronto, la risposta più umana è aspettare. Sperare che passi e sopperire momentaneamente con il lavoro degli altri collaboratori.
La differenza tra gestire un’emergenza e accompagnare un percorso si gioca quasi sempre prima che la situazione esploda. Come emerge anche dal caso reale pubblicato nel blog di StandUpWay, in un’azienda di quattordici persone il segnale c’era da mesi , ma quando è arrivato il test positivo del medico competente, era già troppo tardi per gestirlo con calma. Quello che avrebbe potuto essere un percorso era diventata un’emergenza.
Cosa cambia quando l’azienda ha un protocollo
Con un protocollo strutturato e un interlocutore professionale già ingaggiato, la traiettoria cambia.
Il responsabile sa cosa fare con quello che vede , e a chi dirlo, in modo riservato. Il collaboratore ha un’alternativa alla negazione: un percorso che non lo espone. Il team non viene coinvolto in tensioni non gestite. E l’azienda può documentare il miglioramento , su indicatori come assenteismo e produttività , anche ai fini della rendicontazione di sostenibilità (ESRS S1).
Il passaggio che conta è quello che cambia la domanda implicita del collaboratore: da “Se lo dico, cosa rischio?” a “Se non lo dico, cosa perdo?”. È il momento in cui l’azienda smette di essere solo un luogo di controllo e diventa anche uno spazio possibile di recupero.
Come approfondito nell’articolo “Dipendenze sul lavoro. Di solito lo sa il collega, ma non l’HR.”, i pattern di comportamento che segnalano un problema sono riconoscibili , ma solo se si sa cosa cercare e si ha un canale formale e riservato in cui portarli.
Da dove si inizia, concretamente
Non serve aspettare un test positivo o un incidente. Il momento giusto è adesso , a freddo, prima che il caso si presenti.
Definisci il protocollo minimo. Chi chiama il collaboratore. Chi coinvolge il medico competente. Chi gestisce la comunicazione con il resto del team, e cosa non comunicare. Costruirlo con calma è molto meglio che improvvisarlo sotto pressione.
Forma chi ha gli occhi. Non si tratta di fare diagnosi. Si tratta di sapere cosa fare con quello che si vede, a chi dirlo, come farlo senza esporre la persona. In una piccola azienda questo è spesso il titolare stesso, mentre in una struttura più grande il responsabile di reparto oppure l’HR Manager.
Avere un partner professionale già pronto. Non cercare aiuto nel momento del bisogno. Avere un interlocutore che conosce la tua realtà e può prendere in carico il collaboratore in modo riservato cambia completamente la qualità della risposta.
Per approfondire le informazioni sul metodo StandUp applicato alle aziende, puoi leggere la pagina dedicata alle aziende su StandUpWay.
Parlaci 20 minuti
Se leggendo questo articolo ti è venuta in mente una persona, una situazione, un segnale che non sapevi come gestire , questo è il momento giusto per fare una domanda.
StandUpWay è il partner italiano che prende in carico professionalmente il collaboratore con dipendenze, restituisce all’azienda i dati di miglioramento verificabili e applica il prezzo pieno solo se il percorso funziona. Il percorso è interamente a distanza: il collaboratore non deve allontanarsi dal lavoro.
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Redazione Metodo StandUp®
⚠️ Articolo redatto a scopo informativo. Non sostituisce una valutazione professionale. Se tu o una persona che lavora accanto a te stà affrontando un problema di dipendenza, ti invitiamo a rivolgerti a uno specialista, come StandUp telefonando allo 0699291467 .