Dal bullismo al prendersi cura degli altri: la storia di Giosiana Della Rocca.

Giosiana Della Rocca, psicologa che ha trasformato il dolore del bullismo in cura degli altri

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Ci sono testimonianze che non solo toccano il cuore, ma che restano dentro. La ventottesima puntata di Nel Faro Podcast, registrata dal vivo durante un evento Academy di StandUp, è una di queste.

In questo episodio speciale, la protagonista è Giosiana Della Rocca, psicologa, professionista della relazione d’aiuto, ma soprattutto una donna che ha attraversato – e superato – momenti di profonda oscurità.

Una storia autentica, intensa, dolorosa ma necessaria. Un racconto che ci ricorda quanto sia sottile il confine tra chi offre supporto e chi, in silenzio, ne avrebbe bisogno. E quanto sia potente avere il coraggio di rompere il silenzio.

L’inizio: una bambina diversa

Giosiana nasce a Eboli, in provincia di Salerno. Fin da piccola si sente diversa: più alta, più in carne, spesso presa in giro dai coetanei.

Vittima di bullismo alle scuole medie, riesce comunque a ritagliarsi un ruolo sociale da “amica di tutti”, pur portando dentro un senso di inadeguatezza che crescerà con lei.

A casa, l’amore prende la forma del cibo. La madre esprime affetto cucinando, mentre la famiglia cerca nel controllo del corpo una forma di protezione.

A 12 anni, Giosiana è già in cura da una dietologa. Il cibo, da linguaggio affettivo, diventa oggetto di vergogna e lotta.

Il cibo come compagnia

Durante l’adolescenza, il cibo assume una funzione ancora più complessa. Diventa un rifugio, un compagno nei momenti di solitudine.

A 18 anni, sola in una grande casa di campagna, Giosiana inizia a vivere episodi di alimentazione compulsiva che lei stessa descrive come simili all’uso di una sostanza.

L’università è un momento di apparente rinascita: perde 40 chili in pochi mesi, ma lo fa assumendo anfetamine. Le stesse sostanze che le danno un senso di onnipotenza, ma che mettono a rischio la sua salute.

È l’inizio di un circolo vizioso: perdita di controllo, ricerca di approvazione, ritorno al cibo, autodistruzione.

Dipendenza dopo dipendenza

Dopo una relazione con un compagno che fa uso di cocaina, Giosiana tocca un primo fondo. Il matrimonio viene annullato a pochi mesi dalla data, e con esso crolla la maschera della “vita perfetta”.

Il cibo torna ad essere rifugio, anestetico, unica via per contenere il dolore.

Inizia a lavorare in comunità terapeutiche, ed è lì che avviene uno dei passaggi più delicati della sua storia: la dipendenza dal lavoro.

Giosiana si annulla, si dedica completamente agli altri, perde se stessa nel tentativo di essere “quella perfetta”. In otto mesi prende 30 chili, smette di curarsi, entra in depressione.

Arriva al punto di dover chiedere aiuto. È il 2020. Decide di ricoverarsi in un centro per disturbi alimentari.

La svolta: fermarsi per rinascere

Durante i 40 giorni di ricovero, Giosiana riscopre se stessa. Reimpara a mangiare, a distinguere la fame reale dalla compulsione, a dare un nome alle emozioni.

E soprattutto, accetta. Accetta di non essere perfetta, di aver bisogno di aiuto, di poter essere psicologa e fragile allo stesso tempo.

Da quel momento inizia un vero e proprio percorso di recupero attivo. Terapia individuale, gruppi di DBT (terapia dialettico-comportamentale), strategie per gestire gli impulsi.

Non una guarigione magica, ma un lavoro quotidiano fatto di piccoli passi, consapevolezza e prevenzione delle ricadute.

Il lavoro come cura (ma con limiti)

Giosiana torna a lavorare, ma stavolta è diversa. Impara a mettere confini, a riconoscere i segnali d’allarme, a scegliere ambienti dove può essere solo psicologa, non anche cuoca, carabiniere o madre surrogata dei pazienti.

Inizia a lavorare in carcere, un ambiente che sorprendentemente le restituisce una nuova forma di libertà: “Mi sentivo più libera chiusa dentro che fuori”, racconta.

Lì può finalmente svolgere il suo ruolo con competenza e umanità, senza perdere sé stessa.

Accettazione, non perfezione

Oggi Giosiana vive con un compagno che ha saputo starle accanto senza giudicarla. Non si tratta di spiegare ogni cosa, ma di essere sé stessi, dire “mi sento sola” e chiedere supporto.

Il suo disturbo alimentare è in remissione, ma la paura della ricaduta è sempre presente. “Il mio vuoto non è sparito, ma oggi so riconoscerlo, accoglierlo, e scegliere come rispondere.”

Continua a frequentare gruppi di recupero, a fare terapia, a camminare nei momenti di crisi. Ha imparato che non si guarisce da una dipendenza, ma si può imparare a conviverci con dignità e consapevolezza.

Perché ascoltare questo episodio

Questo episodio di Nel Faro Podcast non è solo una testimonianza. È un atto d’amore. Verso sé stessi, verso chi lotta ogni giorno con il proprio buio, verso chi pensa che chi aiuta non possa crollare.

È la prova vivente che si può risalire. Che chiedere aiuto non è debolezza, ma forza. E che raccontare la propria storia è un modo per guarire ancora un po’, e aiutare qualcun altro a farlo.

👉 Guarda ora la puntata completa con Giosiana Della Rocca

Perché nelle sue parole, potresti trovare anche un pezzo della tua storia.
E una luce per continuare a camminare.

Redazione StandUp

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